Gli amari

Poweri on Italian Embassy

October 27, 2009 no comments

Amari, il romanticismo tornerà (Italian Embassy)

Ottobre 26, 2009

Se avessi scritto di questo disco anche solo un mese fa, avrei probabilmente utilizzato categorie diverse e il giudizio sarebbe stato meno lusinghiero. Ero abituato con gli Amari a venire investito fin dalle prime battute di un nuovo disco, con il recentissimo “Poweri” non stava succedendo: ma per fortuna i solchi sono vivi come alberi, maturano assieme al vino e quindi dopo estenuanti sessioni di pulizie domestiche musicate dalla nuova release posso espormi in altri termini. Dovrei fare così più spesso.

Non mi convincevano i testi, e a dire il vero nemmeno oggi: ben meno profondi e fotorivelatori rispetto ai due album immediatamente precedenti. Certo, è l’ottimismo della crisi evocato da Christian Zingales su Blow Up oppure “un rimedio al logorio della vita moderna” secondo Rolling Stone, ciò non toglie che la scelta di tripartire il disco entro sei brani in lingua, cinque anglofoni e quattro sketch strumentali sia stata dettata anche dall’ambiziosa prospettiva di esplorare ambienti musicali articolati prima ancora che conferire la giusta importanza ai testi. E in effetti in questa varietà di registri sonori e sapienza creativa sta il meglio di un disco che continua a crescere.

In effetti, nel seguire una propria strada verso il pop sedicente sbagliato, la compagine friulana non aveva mai raggiunto un quadro composito del suono pari alle intenzioni: “Grand Master Mogol” era quasi monocraticamente la quiete casalinga dopo la sperimentazione di “Gamera”, “Scimmie d’amore” pur pregevole era figlio del suo anno di exploitation della materia indie dancing di massa. “Poweri” è un portato degli ascolti di cinque persone in anni diverse, fonti e scoperte, elaborazioni concettuali di base e raffinatezza retrò, con discese ardite e inevitabili risalite interne alla cultura pop. Nessun ritorno al rap delle origini, come si supponeva, anche se il featuring di Dargen D’Amico in Dovresti dormire è più che un’ipotesi di lavoro, e l’inglese già esperenziato per Suffer with style diventa uno dei paradigmi del possibile, talvolta già riuscito col buco altre da perfezionare.

Lo start è Ho fatto un po’ di casino, “capelli e bohème portatemi via”, troppo buio e troppo tardi per fare la spesa quando si esce da uno studio di produzione tv o da un’officina grafica e le luci al neon dell’ultimo supermercato stanno per sancire l’ora dell’inventario. E’ la metropoli che ha inghiottito più di qualche Amaro nel bienni, rincasandolo in Friulandia cambiato ma non tanto, o nell’adottarlo despite of great qualities: Dovresti dormire e Gli anni dei monitor accesi ineriscono al medesimo modello, esseri umani in posti sempre scomodi “come fossimo distesi”, freelance o studenti che scaricano da Mininova, nipotini di Wargames (il film definitivo per comprendere un sacco di storie sull’attuale temperie sociomusicale) con gli occhi che bruciano, affacciati su una tangenziale che diventa topos ricorrente a più di una fra le ultime produzioni. Completano il quadro in italiano l’assai cantabile Cronaca vera, già pompata dai network, dolce e hotchipitale anche se “operatore del settore amore” non si può sentire; e la conclusiva Un altro giro attorno a casa, smooth di buona fattura che non avrebbe creato un corto circuito nella tracklist di GMM, tipo scesi dal treno su cui si è conosciuta gente. Capitolo a sé fa Preservativi ovunque, non poteva mancare la traccia fidgetpop, le gitefuoriporta che “chiudono storie prima che sian corte”: tema cheap, per dirla con la giornalista schiaffeggiata da Moretti, o meglio una nuova declinazione per idee già masticate quando facevano parte della vita quotidiana, nella dinamica disco club applicata alla forma canzone.

Vestono l’idioma universale Girls on vodka, raffinato anglopop adulto 80 innervato nei bleep a buon mercato furbetti, come a dire “potremmo fare anche questo ma” fino all’inasprimento guitare del ritornello. Poi Your kisses, retaggio di un periodo in cui a nordest Radio Company mandava How gee -fra l’altro presente spesso nei set Fare $oldi- e Baker street: la traccia è in via di remix, percussiva di barattoli, due note facili ma proprio per questo efficaci, la fase aerea dei synth che al netto del testo (ma si sono mai sentite liriche capolavoro in discoteca?) decollano verso la naturale easyness estiva, periodo in cui sarebbe dovuto uscire il gran arzigogolo verso la fine. E New people in town, cioè loro che vanno a Milano dove trovano new people da altre town, Salento, Campobasso, Levante ligure… l’intro notwistiana dice “they try to escape”, affinità col nuovo disco dei My Awesome Mixtape e parole d’ordine quali freedom, lost, love, that’s what I’ve found. Uno dei pezzi più riusciti, in my opinion. Lost on the sea muove dallo stesso preambolo di Girls on vodka, mentre la pista di classe è padrona in Tiger, e i quattro intervalli in anticipo sulle previsioni del tempo non aggiungono sostanza a un mosaico già ricco, si tratti del ralenti di There there there o dello stallo scratchy-mode denominato Chupacabra. Diverso il discorso filologico per Lucio B&D, omaggio strumentale più a Dalla che a Battisti, provino ipoteticamente ‘70 che sublima la passione di Dariella con quella del Pasta.

Per sua stessa conformazione, “Poweri” non sarebbe stato passibile di amore immediato anche con un apparato testuale di livello più arguto, come gli Amari ci avevano abituato, ma a maggior ragione l’aver voluto concedere minuti aggiuntivi e passaggi ripetuti è valso la pena, avendo dato modo di scoprire quasi dall’interno il processo creativo aggiornato di una band che volente sfugge alle caselle, nolente subisce più di altre l’astio dei detrattori: e se accade, vuol dire che gli udinesi un proprio segno sulla musica (giovane, indipendente, pop, okay) italiana degli anni Zero lo hanno lasciato e lo stanno lasciando tuttora, in diretta come sempre. Tanto in diretta che queste parole potrebbero cambiare ancora.

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