Amari, il romanticismo tornerà (Italian Embassy)
Ottobre 26, 2009
Se avessi scritto di questo disco anche solo un mese fa, avrei probabilmente utilizzato categorie diverse e il giudizio sarebbe stato meno lusinghiero. Ero abituato con gli Amari a venire investito fin dalle prime battute di un nuovo disco, con il recentissimo “Poweri” non stava succedendo: ma per fortuna i solchi sono vivi come alberi, maturano assieme al vino e quindi dopo estenuanti sessioni di pulizie domestiche musicate dalla nuova release posso espormi in altri termini. Dovrei fare così più spesso.
Non mi convincevano i testi, e a dire il vero nemmeno oggi: ben meno profondi e fotorivelatori rispetto ai due album immediatamente precedenti. Certo, è l’ottimismo della crisi evocato da Christian Zingales su Blow Up oppure “un rimedio al logorio della vita moderna” secondo Rolling Stone, ciò non toglie che la scelta di tripartire il disco entro sei brani in lingua, cinque anglofoni e quattro sketch strumentali sia stata dettata anche dall’ambiziosa prospettiva di esplorare ambienti musicali articolati prima ancora che conferire la giusta importanza ai testi. E in effetti in questa varietà di registri sonori e sapienza creativa sta il meglio di un disco che continua a crescere.
In effetti, nel seguire una propria strada verso il pop sedicente sbagliato, la compagine friulana non aveva mai raggiunto un quadro composito del suono pari alle intenzioni: “Grand Master Mogol” era quasi monocraticamente la quiete casalinga dopo la sperimentazione di “Gamera”, “Scimmie d’amore” pur pregevole era figlio del suo anno di exploitation della materia indie dancing di massa. “Poweri” è un portato degli ascolti di cinque persone in anni diverse, fonti e scoperte, elaborazioni concettuali di base e raffinatezza retrò, con discese ardite e inevitabili risalite interne alla cultura pop. Nessun ritorno al rap delle origini, come si supponeva, anche se il featuring di Dargen D’Amico in Dovresti dormire è più che un’ipotesi di lavoro, e l’inglese già esperenziato per Suffer with style diventa uno dei paradigmi del possibile, talvolta già riuscito col buco altre da perfezionare.
Lo start è Ho fatto un po’ di casino, “capelli e bohème portatemi via”, troppo buio e troppo tardi per fare la spesa quando si esce da uno studio di produzione tv o da un’officina grafica e le luci al neon dell’ultimo supermercato stanno per sancire l’ora dell’inventario. E’ la metropoli che ha inghiottito più di qualche Amaro nel bienni, rincasandolo in Friulandia cambiato ma non tanto, o nell’adottarlo despite of great qualities: Dovresti dormire e Gli anni dei monitor accesi ineriscono al medesimo modello, esseri umani in posti sempre scomodi “come fossimo distesi”, freelance o studenti che scaricano da Mininova, nipotini di Wargames (il film definitivo per comprendere un sacco di storie sull’attuale temperie sociomusicale) con gli occhi che bruciano, affacciati su una tangenziale che diventa topos ricorrente a più di una fra le ultime produzioni. Completano il quadro in italiano l’assai cantabile Cronaca vera, già pompata dai network, dolce e hotchipitale anche se “operatore del settore amore” non si può sentire; e la conclusiva Un altro giro attorno a casa, smooth di buona fattura che non avrebbe creato un corto circuito nella tracklist di GMM, tipo scesi dal treno su cui si è conosciuta gente. Capitolo a sé fa Preservativi ovunque, non poteva mancare la traccia fidgetpop, le gitefuoriporta che “chiudono storie prima che sian corte”: tema cheap, per dirla con la giornalista schiaffeggiata da Moretti, o meglio una nuova declinazione per idee già masticate quando facevano parte della vita quotidiana, nella dinamica disco club applicata alla forma canzone.
Vestono l’idioma universale Girls on vodka, raffinato anglopop adulto 80 innervato nei bleep a buon mercato furbetti, come a dire “potremmo fare anche questo ma” fino all’inasprimento guitare del ritornello. Poi Your kisses, retaggio di un periodo in cui a nordest Radio Company mandava How gee -fra l’altro presente spesso nei set Fare $oldi- e Baker street: la traccia è in via di remix, percussiva di barattoli, due note facili ma proprio per questo efficaci, la fase aerea dei synth che al netto del testo (ma si sono mai sentite liriche capolavoro in discoteca?) decollano verso la naturale easyness estiva, periodo in cui sarebbe dovuto uscire il gran arzigogolo verso la fine. E New people in town, cioè loro che vanno a Milano dove trovano new people da altre town, Salento, Campobasso, Levante ligure… l’intro notwistiana dice “they try to escape”, affinità col nuovo disco dei My Awesome Mixtape e parole d’ordine quali freedom, lost, love, that’s what I’ve found. Uno dei pezzi più riusciti, in my opinion. Lost on the sea muove dallo stesso preambolo di Girls on vodka, mentre la pista di classe è padrona in Tiger, e i quattro intervalli in anticipo sulle previsioni del tempo non aggiungono sostanza a un mosaico già ricco, si tratti del ralenti di There there there o dello stallo scratchy-mode denominato Chupacabra. Diverso il discorso filologico per Lucio B&D, omaggio strumentale più a Dalla che a Battisti, provino ipoteticamente ‘70 che sublima la passione di Dariella con quella del Pasta.
Per sua stessa conformazione, “Poweri” non sarebbe stato passibile di amore immediato anche con un apparato testuale di livello più arguto, come gli Amari ci avevano abituato, ma a maggior ragione l’aver voluto concedere minuti aggiuntivi e passaggi ripetuti è valso la pena, avendo dato modo di scoprire quasi dall’interno il processo creativo aggiornato di una band che volente sfugge alle caselle, nolente subisce più di altre l’astio dei detrattori: e se accade, vuol dire che gli udinesi un proprio segno sulla musica (giovane, indipendente, pop, okay) italiana degli anni Zero lo hanno lasciato e lo stanno lasciando tuttora, in diretta come sempre. Tanto in diretta che queste parole potrebbero cambiare ancora.
Una recensione che divide e unisce quasi quanto il Lodo Alfano…su ROCKIT!
Un tempo lo sapevi anche tu (tu che le parole le impari dalla tv) che la cronaca vera avrebbe solamente sfiorato gli anni dei monitor accesi. Spiego meglio al popolo: il sistema va a puttane e tu ti sistemi puntualmente gli slip dopo che ti sei scopato la mano. E via, parliamo del niente. Vuoti come il frigo, come lo stile degli Uochi Toki, come il fascino dei poser, come le palle dopo una pisciata (dopo una pisciata?). Come gli Amari? No, aspetta però, questa recensione era meglio non farla. Perchè attorno al sassolino che cade nel laghetto si creano as usual solo cerchi concentrici di gente a cui sto inutilmente sul cazzo, e questo ci riporta tutti nella versione ridimensionata e sfigata del fallimento socioculturale sub-italiano. Aggiungici poi che io sono così lover che non li vedo nemmeno gli hater, e chiudiamola lì. La premessa era obbligatoria perché è risaputo che gli Amari, negli abbondanti 10 anni di carriera, hanno istituito un fortissimo fanbase di bloggers da gamera nonché di fans spesso provenienti dal loro stesso nerd est (collocazione non geografica, ma mentale). “Poweri” è un nuovo giro (facciamo un giro ancora un giro) nel suono pop colorato, sbagliato e vacuo della band di Dariella e Pasta. Cito Pasta per evitare l’errore diplomatico, qualcuno ci vuole nemici senza motivo, basterebbe leggere alcune nostre conversazioni via chat. Anzi per essere trasparente con i lettori ne copio-incollo a random un pezzo, uno di quelli tranquilli e senza insulti:
Wad: quando ascolterò questo nuovo fantasmagorico disco?
Pasta: ma se te l’avevo già proposto! ti avevo scritto tempo fa chiedendoti se lo volevi
Wad: vai manda
Pasta: ma mi devi promettere di non scrivere cagate come l’altra volta
Wad: è la prima cosa che farò
Non farò finta di nulla, di non sapere. Su Scimmie d’amore scrissi: “Se anche Paperino avesse iniziato a fare la musica in Italia oggi avrebbe un suo perché. (…) Lui avrebbe capito, come anche gli Amari, che il pop è sì la scuola delle irresponsabilità sociali e delle facilonerie musicali, ma è divertente”. Per “Poweri” condivido e sottoscrivo questo che ormai è diventato un assunto (un pò meno divertente forse). E’ che la società dei Paperini (gli svedesi in Italia leggono Topolino per avvicinarsi alla nostra lingua) diventa sempre più il male minore. E allora perché porsi il problema? Parliamo del niente, due frasi carine, anzi sapete cosa, quattro/cinque pezzi li facciamo in inglese così in Italia non capiscono un cazzo e magari all’estero qualche blogger fanatico di indie-pop si appassiona e facciamo il lancio in Europa e fanculo Milano, fanculo Udine, fanculo tutto, fanculo Wad che aveva ragione ma non potevamo dire di sì. “Poweri” è un disco in corsa, più in palestra che al parco, una rincorsa alla moda (stanno tornando gli anni 90 forse?) con le sneakers, ma la moda va a 180km all’ora in macchina e vi ha fottuti. Il tapis roulant plumbeo vi ha sbattuti per terra e la cifra stilistica è diventata una semplice somma dello stile dei precedenti dischi. Le bollicine aquieteranno le disillusioni di alcuni clubbers, ma soprattutto – e questo deve essere chiaro – lo spessore strumentale, cioè proprio la capacità di suonare puliti, precisi e maturi è intoccabile. Dal vivo questo disco sicuramente suona bene, è che le canzoni sono ferme alla musica che avrebbe fatto Max Pezzali se non avesse scelto Cecchetto e il soldo serio. Robette anonime, senza offesa eh. Alcuni lo richiedono morbosamente l’anonimato, la privacy, le garanzie, i rumors, i paparazzi. Per cui è la stramaledetta normalità. Sto parlando degli Amari, vero no? Ecco questo disco non ha il dono della sintesi ma ancora di più non ha il dono della canzone piacevole che era il punto di forza di Scimmie D’amore. Non che siano due prerogative vitali per un disco (Kanye West sintetico non lo è mai e spesso nemmeno piacevole però ogni volta anziché aprire un canale del mixer apre un mixer per il futuro). Mai all’indietro, e non sto dicendo che gli Amari con questo disco abbiano voluto ritentare “Grand Master Mogol”, in quanto la cosa più buona che hanno combinato nella loro carriera, ma forse miei compagneros è questa la verità. E l’Anticon no, non c’entra. Il settimo disco degli amaretti vorrebbe essere dolce come i Kings of Convenience (vi piacerebbe eh?) e electro-party quanto i Phoenix (vi strapiacerebbe eh?) e avere l’appeal dei Justice (si va bè e poi?). E’ proprio il mondo che non c’entra in questa missione tardo adolescenziale di un gruppo che ha sempre voluto imporsi inconsapevolmente come l’estensione friulana di Mirko di Kiss me Licia. Ma farsi il ciuffo rosso forse è troppo azzardato ora che i tuoi coetanei si avvicinano ai posti di lavoro seri. I colori sono più opachi, meno chiari e brillanti. Gli Amari non sono mai diventati famosi. La strada della college band ruffiana era impossibile già in partenza in un paese senza college. Forse l’italo disco potrebbe trasformare in qualcosa di più sostanzioso questo clean-pop, pulito pulitissimo, quasi clericale. Un’attitudine più adult-dance avrebbe irrobustito queste robette che non imbarazzano più nemmeno la gente dell’oratorio. E poi l’attitudine gay-chic anche qui ha fatto centro e i manager nella nebbia sai già cosa fanno se si fermano nella piazzola di sosta. E’ una questione di immaginario ovvio, ma è proprio quell’immaginario finto-scemo e finto-vacuo che resta addosso agli Amari come l’accento sardo ai sardi. Non si toglie. Ajò porcatruuuuia. La novità del suono degli Amari si è estinta nel tempo e si ripete senza la stessa convinzione, come quando parli in inglese con qualcuno e dopo un po’ finiscono le parole. E mò che cazzo ci diciamo?
La cosa più triste è che aboliranno le province (le ambasciate nessuno sa cosa siano) e non si potrà nemmeno più far peso sull’antiprovincialismo di Riotmaker. Per cui teniamoci questo p-funk (soprattutto negli skit), laddove ‘p’ sta per poweri ovviamente, nessuno osi pensare a George Clinton, e lasciamo che il gelato fucsia si schianti al suolo con la sua potenza prestabilita, senza enormi esplosioni stellari (non è come se Will I Am rubasse dei suoni ai Crookers per fare un disco con David Guetta). Del resto facciamoci due conti, se questo disco è stato stroncato da cani e porci, allora forse sarebbe onesto e umano che questa recensione decretasse liberamente e celebrasse festosamente la Fine degli Amari (ma tanto di sicuro qualcuno non è d’accordo e si inventerà che secondo i sondaggi gli Amari hanno il 60% del consenso popolare). Dovrei chiedere scusa a chiunque un giorno se ho detto tutto rischiando di esagerare, ma non chiedetemi niente se vi offendete per questo banale e spicciolo gun talk. Avrei potuto incensare ingiustamente un gruppo di amici degli amici e allinearmi col paraculismo diffuso di maschere, aperitivi e finzione, o più semplicemente seguire il consiglio di Pasta: “ti prego, quando stai per scrivere di frangette paperette, pensa all’amore che gli amari mettono nella loro musica, e se non ti viene in mente nient’altro, non recensirlo”.
Direttamente da INDIEFORBUNNIES!
19 Ottobre 2009
C’è aria di indie in terra italica! E lo dico a ragion veduta.
Considerando che sono quattro giorni che “Poweri”, il quinto lavoro alla distanza degli Amari, arrivato due anni dopo il fortunato “Scimmie D’Amore”, scorazza impavido in lungo e in largo per la mia stanza. E i volumi sono da cantiere edile calabrese per di più.
Il tentativo, forse utopistico, sarebbe quello di decifrare il quid che spinge i quindici pezzi che lo compongono dritti nelle sinapsi, per la durata totale di circa 45 minuti e che scivolano via leggeri, sussurrando esperienze di vita comune e salti tripli nella quotidianità ormai definitivamente post-adolescenziale. Riferimenti che difficilmente possiamo non considerare bagaglio comune e soprattutto captatio furbetta.
Insomma, trattasi di una colonna sonora delicata e multicolore, senza noie e paranoie particolari, coniugata sia in italiano che in un inglese molto friendly che ci dà la pompa ed un minimo di respiro internazionale.
Il combo friulano riesce anche nel tentativo di essere all’altezza dei lavori precedenti, perdendo solo un pò della carica innovativa che li ha consacrati in nome di una maggiore immediatezza pop e di una maggior capacità di penetrazione nei cuori della gente comune. Dunque nulla di rotto, ma la giusta ricerca di un esito più maturo nei termini.
A fronte di pezzi che stanno nella media, senza far tremare le ginocchia (“Dovresti Dormire” col feat. Già troppo sentito di Dargen D’Amico, “Ho Fatto Un Po’ Di Casino” e “ Lost On The Sea” ad esempio), troviamo anche sketches fulminei e stilosi (il funkettone di “There There There”, la sperimentazione electro di “Chupacabra” ed il downbeat psichedelico di “Lucio B/D e “Acqua Di Joe”) e veri e propri inni canterini come il rockettone stinto di electro di “Girls On Vodka” (…e quel giro dei Nirvana?…), la mia bombazza preferita, la smorfiosa “Your Kisses”, in fortissimo odore di dancefloors paillettati primi anni ’90 e “Preservativi Ovunque” che sono il cuore vero e pulsante di “Poweri”.
Non mancano scintille intimiste davvero riuscite (“Gli Anni Dei Monitor Accesi”, “Un Altro Giro Attorno A Casa”, “New People in Town”), dove il funk brucia in profondità gli accenni wave tra bassoni profondi e synths old school.
Certo se cercate qua testi seri e strutturati, con una qualsivoglia parvenza di alta intellighenzia, sarà meglio che cambiate indirizzo.
Perché il bello degli Amari sta proprio tutto qui: nell’uso dell’ironia a rasoiate, come chiave d’interpretazione della vita senza pippe mentali di sorta.
Allora alziamo il volume dello stereo, questo sì che è puro frasario anziano, stappiamo qualche Red Bull e godiamoci il mondo dalla finestra, sovrappensiero…
E così siam pure POWERI di VITAMINIC…he heheh eh eh…
Comincio chiedendomi perchè certe tracce non abbiano il loro posticino al sole nelle playlist di tutti noi. Dico: ci stanno Marco Carta e Zero Assoluto, no? E non abbiamo qualcosa di meglio, noi, da proporre? Chessò, gli Amari. Che dicono cose giuste e hanno le felpine colorate.
Sì, è la settima volta che ci provano, a fare il salto definitivo oltre la punta goduriosa di Grand Master Mogol. Stavolta lanciano un mega gelato cosmico, che spero non si spappoli a terra senza effetti se non una curabile iperglicemia. Il loro è electro-rap che sa farsi amare, soprattutto nei ritornelli acchiappanti. Come quello di Cronaca Vera, e quelle considerazioni su un nuovo romanticismo; Ho fatto un po’ di casino e la dolcezza del momento; Preservativi Ovunque, perchè ha un titolo spettacolare. Mi chiedo cosa manchi perchè tutti gli iPod in metropolitana non siano sintonizzati su queste perline di saggezza popolare. Magari poi cominciamo a pensare perchè la notizia principale su City riguarda le merendine scadute nelle scuole. Sì, ci potrei fare un bel pezzo: “Merendine Scadute”. Gli Amari finiscono per contaminarmi il cervello. L’unica cosa che torna poco è l’inserto di canzoncine in lingua oltremaniAca. E’ così galvanizzante credere nella musica del nostro riscatto, che non afferro il bisogno di cimentarsi in pronunce maccheroniche, con il ritmo che poi cala. Sarà la voglia di cantare come i My Awesome Mixtape, o, come sospetto, il tentativo nascosto di prenderci tutti in giro per la nostra esterofilia. Sì, deve essere così. Io rimango coi vecchi, italiani, Amari. Ora rimetto a palla Dovresti Dormire.